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martedì 15 settembre 2015

Musica: come influenza la nostra mente e perché?

Un breve , ma interessante articolo sul potere della musica.
La musicoterapia lavora da sempre in questa direzione, ora è necessario cooperare in sinergia con gli ambienti medici e scientifici per diffondere ed applicare.


Musica: come influenza la nostra mente e perché?

La musica parla al cervello: la bioingegneria indaga il connubio tra musica e mente, e scopre una nuova tecnologia naturale contro ansia e stress




Valentina Balestri - 03/09/2015 dal sito www.scienzaeconoscenza.it

Che vita sarebbe senza musica? 
Sono d'accordo con Nietzsche: la vita, senza musica, sarebbe un errore. 
La musica è parte di noi: ascoltare una bella canzone ci fa compagnia, ci dà carica, ci consola e non è un caso che quest’arte sia così tanto amata ed elogiata.

Se ci fosse il modo di darle un ulteriore valore? 
Se la musica potesse consigliare alla mente cosa pensare? 
La bioingegneria ha deciso di andare in fondo alla questione.
La ricerca parte dall’Italia e, per ora, ha portato alla creazione di unalgoritmo in grado di convincere il cervello a provare determinate emozioni.

La musica influenza il nostro stato d’animo
Pensiamo al ritmo: mentre ascoltiamo una canzone, ci capita di iniziare a battere il piede con una certa cadenza, seguendo quella della musica. Se il ritmo della melodia cambia, cambierà anche quello del nostro piede e, è stato dimostrato, cambierà anche quello delle nostre connessioni mentali. 
Grazie a una serie di sperimentazioni, si è avvalorata la possibilità di sintonizzare il cervello a determinate frequenze cerebrali: alcuni brani musicali possono concretizzare specifici stati d’animo, come la calma e laserenità, condizioni che permettono al potenziale del nostro cervello di essere sfruttato al massimo.

Numerosi operatori sanitari, manager dalle giornate multitasking, sportivi e studenti alle prese con gli esami, hanno sottoposto alla loro attenzione questa alternativa naturale, per ritrovare l’efficienza mentale.
La solidità del progetto è stata verificata più volte in campo neurologico: ad esempio, tramite magnetoencefalografia, ovvero una raffinatissima tecnica di imaging biomedico funzionale, si sono riscontrati risultati al di sopra di ogni aspettativa. 

Perché il nostro cervello lavora meglio quando siamo calmi?
La parola ai ricercatori 
"Immaginiamo di avere un metronomo (anche se in realtà sono molti) nel lato destro e uno nel lato sinistro del cervello, che non sempre vanno a tempo. Quando vanno “più a tempo” si dice che il parametro, chiamato coerenza inter-emisferica, aumenta.
Un alto livello di coerenza tra emisferi corrisponde a stati di calma e benessere (come accade, ad esempio, durante una seduta di meditazione)e cosa fondamentale, a un’efficienza neurale più elevata. 

Il lavoro è lungo e difficile, lo scopo è fornire un ascolto piacevole e allo stesso tempo coinvolgente, non si possono semplicemente produrre brani musicali seguendo il metodo consueto: non si può, cioè, comporre una normale canzone e inserirci qualcosa “che rilassi”. Si parte sempre dalcampo biomedico, che deve trovare nei brani musicali le condizioni necessarie perché tutto funzioni.


La musica varca un altro confine: oltre ad accompagnarci nelle nostre giornate, farci tornare il sorriso o strapparci una lacrima di malinconia, può rilassarci e calmare ansia e stress, ma soprattutto può renderci più brillanti e intelligenti.



Mi piace pensare alla musica come a una scienza delle emozioni.

George Gershwin

lunedì 28 aprile 2014

Musica e cibo


Tutto è collegato, la musica ha una influenza che va oltre la nostra immaginazione. Influisce su tutti i sistemi di cui è composto l'essere umano, e quindi anche la nostra alimentazione...

Se forse è azzardato dire che la musica cambia il sapore dei cibi è certo però che può influenzare il modo in cui li mangiamo e la gradevolezza del gusto che percepiamo.
Questo almeno per quegli alimenti che per noi hanno una valenza emozionale particolare: la musica suscita emozioni e ben si accompagna al consumo di questi cibi.
 La musica influenza quanto e come mangiamo
Uno studio apparso sulla rivista Appetite sembrerebbe confermare la relazione fra musica e percezione del gusto e del sapore dei cibi. I ricercatori hanno reclutato un gruppo di 78 studenti universitari sui quali hanno studiato gli effetti della musica sul consumo di alcuni cibi.
I risultati evidenziano come la musica avrebbe un effetto sia sul quantitativo di cibo consumato che sulla durata dei pasti. A risultati complementari giunge un precedente studio sul consumo di cibi e musica nei fast food.
Sembrerebbe infatti che mantenere un basso livello di musica e di illuminazione contribuisca a creare un ambiente più rilassato in cui aumenterebbe la piacevolezza percepita del cibo riducendone il consumo.

Il jazz e il cioccolato…

E’ di recente pubblicazione sul sito della rivista Appetite uno studio proveniente da un gruppo di ricercatori dell’Università del Kansas che ha esplorato se e come la musica influenzi la percezione del sapore dei cibi a seconda che questi siano o meno emozionalmente connotati.
Il legame fra cibo e emozioni è molto forte soprattutto per alcuni alimenti associati a particolari ricordi o soggetti ad essere utilizzati come comfort foods nei momenti di maggiore stress.
Ebbene, secondo questo gruppo di ricercatori, in certo tipo di sottofondo musicale influenzerebbe il sapore dei cibi più emotivamente connotati come il cioccolato, mentre non avrebbe un’influenza significativa sul sapore percepito di altri alimenti più emozionalmente “neutri”. I
n particolare, il jazz sarebbe uno dei generi musicali più influenti dell’aumentare la gradevolezza del sapore di questi cibi.

Ogni cucina ha la sua “musica”?

Secondo lo psicologo sociale Leon Rappoport, l’associazione fra musica e sapore dei cibi avrebbe anche una valenza culturale.
Diversi tipi di musica, infatti, potrebbero essere stabilmente associati a differenti tipologie di cucine in base a stereotipi culturali condivisi, almeno nella cultura statunitense che è quella entro la quale l’Autore ha svolto le sue ricerche.
I risultati sono esilaranti: se la musica country e western sarebbero associate al barbecue e al pollo fritto, il rock varrebbe da sottofondo ad una pizza o un hamburger, mentre la più sofisticata e colta musica classica meglio si accompagnerebbe ad un’aragosta (Rappoport, L., Come mangiamo: appetito, cultura e psicologia del cibo, Ponte alle Grazie, 2003).
Che un sottofondo musicale di un certo tipo sia in grado di influenzare i comportamenti di consumo delle persone è storia nota, almeno nel marketing commerciale; queste ricerche evidenziano comunque ancora una volta quanto l’alimentazione rappresenti per noi onnivori esseri umani un comportamento dalle valenze psicologiche complesse e inevitabilmente multisensoriali.
articolo di Cristina Rubano (fonte http://www.crescita-personale.it )

martedì 29 marzo 2011

Musica, cervello, movimento

Rilancio con piacere l'articolo di: Franca Dalla Valle  FONTE HTTP://BRAINFACTOR.IT/ 


Musica, cervello, movimento.Tutti abbiamo provato la sensazione di sentirci "trasportati" dalla musica. Pensiamo a una lunga corsa, a una passeggiata in montagna, a una serie di vasche in piscina... All'inizio i movimenti sono faticosi, rigidi, poco sincroni; ma basta che nella nostra mente riusciamo a creare un ritmo musicale, o immaginiamo di ascoltare una melodia, di lì a poco il respiro si fa più tranquillo e profondo, gli arti acquistano sincronia, la fatica si attenua, diventando addirittura piacevole...
Sperimentalmente è stato scoperto che ascoltare musica in posizione immobile attiva nel cervello le stesse aree che "gestiscono" l'attività motoria. Daniel Levitin, neuropsicologo cognitivo alla McGill University di Montreal e musicista appassionato, racconta i risultati delle sue ricerche effettuate su cervelli sottoposti all'ascolto musicale in un articolo uscito nell'Ottobre del 2007 sul New York Times con il titolo evocativo «Dancing in the Seats» (letteralmente "ballare sulle sedie"), che fa chiaramente il verso alla canzone "Dancing in the Street" scritta nel 1964 da Marvin Gaye per le Martha and the Vandellas, brano di cui forse ci ricordiamo meglio la storica cover del 1985 di David Bowie e Mick Jagger.
La tecnica usata da Levitin è la risonanza magnetica funzionale o "fMRI" (functional Magnetic Resonance Imaging), grazie a cui è possibile osservare in vivo l'attività delle diverse aree cerebrali coinvolte in una attività particolare. I soggetti dell’esperimento sono stati esaminati durante l'ascolto di brani musicali e, come controprova, di loro versioni strutturalmente "scompaginate".
I ricercatori della McGill hanno così scoperto che, anche in condizioni di immobilità, l'ascolto della musica riesce ad eccitare le zone che coordinano le nostre attività motorie. In pratica, se il corpo non può danzare realmente, lo "fa" il cervello, confermando lo stretto legame fra musica e movimento che è consuetudine sperimentare in situazioni ricreative le più disparate.
Questo legame produce effetti importanti anche nel caso delle patologie neurologiche del movimento, come ad esempio la malattia di Parkison, in cui il flusso naturalmente ritmico del movimento viene compromesso, dando vita a una sorta di "balbuzie dei gesti" che può degenerare fino all'immobilità.
Se a un malato di Parkinson con una conoscenza basilare della musica viene data la possibilità di suonare o di muoversi al ritmo di una melodia, i movimenti anomali e difficoltosi che caratterizzano la malattia, riescono ad acquistare maggiore fluidità. Alcuni ricercatori sostengono infatti che l'attivazione del cervello con la musica può avere un effetto analogo a quello dei farmaci comunemente somministrati in questo tipo di disturbo, perché la musica riuscirebbe a stimolare le "vie dopaminergiche", sistema neurotrasmettitoriale implicato non solo nel movimento, ma anche nella sensazione di piacere, nel tono dell'umore, nella depressione, come dimostrano gli studi più recenti.
Interessante inoltre il ruolo che può giocare in questo processo il cervelletto, detto anche archipallio, una delle strutture cerebrali più antiche e primordiali nella nostra specie, che ha fra i suoi compiti principali anche quello di gestire la coordinazione tra il fluire interiore del tempo, gli impulsi e il movimento. In questa prospettiva, anche nella sindrome di Tourette - disturbo neurologico caratterizzato da tic e movimenti compulsivi incontrollabili - "la musica riesce a fornire la struttura entro la quale l'esplosività della sintomatologia può venire incanalata in un flusso governabile, ritmico e creativo", come dimostrerebbero i casi clinici riportati dal famoso neurologo e scrittore Oliver Sacks.
Quando una persona si applica a uno strumento musicale - dice Sacks - suonando riesce a non essere più "posseduta" dalla sintomatologia, dominando la sequela disturbante proprio attraverso una attività non solo ritmica e sensata, ma anche dai risvolti sociali: la musica fornisce la possibilità di sincronizzare l'energia e l'esuberanza del movimento con quella degli altri musicisti del gruppo. Proprio come avviene in generale nei riti e nei fenomeni collettivi delle società umane, in cui la musica fornisce la possibilità di sincronizzazione motoria ed emotiva.
Straordinario può essere infine il legame fra ritmo, melodia, memoria, linguaggio e plasticità cerebrale. Persone che hanno subito lesioni all'area motoria del linguaggio situata generalmente nell'emisfero sinistro (che si dice appunto "dominante" per le abilità linguistiche), diventano afasiche: non sanno dire ad esempio il nome degli oggetti, o a comunicare che hanno sete, o che sono tristi. Possono però utilizzare l’emisfero destro (non lesionato), in cui le capacità linguistiche sono generalmente rudimentali a fronte di una più sviluppata capacità di modulare l'attività musicale, per cantare una canzone... In questo caso le parole risultano tutt'uno con la musica, restano concatenate in modo fisso nel testo della canzone, non vengono usate per una vera e propria comunicazione ma...
Per comunicare verbalmente bisogna poter utilizzare gli elementi scomponibili del linguaggio e comporre le proposizioni che meglio esprimono il nostro pensiero. La riabilitazione musicoterapica, in particolare la tecnica dell'intonazione melodica, si basa proprio sul fatto che la musica può veicolare parole nell'emisfero destro, e questo è in grado di memorizzarle, assumendo gradatamente parte delle funzioni proposizionali in precedenza gestite dall'emisfero sinistro, sino a ridare al paziente la capacità di esprimersi con frasi certo non complesse ma efficaci per tornare a comunicare con le altre persone.
Nella riabilitazione musicoterapica risulta fondamentale anche la relazione emotiva con l'operatore, che può fornire un vero e proprio modello di imitazione e confronto per la gestualità, la prosodia, l'intonazione, caratteristiche estremamente importanti nel linguaggio parlato. Un ruolo analogo insomma a quello della madre quando insegna a parlare al proprio figlio, un lavoro di stretta collaborazione fatto di sintonia, sincronia e reciprocità.
Franca Dalla Valle
Psicologa

Fonte http://brainfactor.it/


Letture di approfondimento:
  1. Daniel J. Levitin, Fatti di musica. La scienza di un'ossessione umana, Codice Edizioni, 2008
  2. Oliver Sacks, Musicofilia, Adelphi 2007
  3. Levitin D.J., Dancing in the Seats, New York Times, October 26, 2007
  4. Martin J., A Mind for Music: Dan Levitin's Journey from Rock to Research, McGill News, Summer 2004

giovedì 25 marzo 2010

Riparare il cervello con la terapia musicale neurologica

Finalmente la scienza comincia ad occuparsi della musica... terapia!! Michael Thaut, musicista e professore di neuroscienze alla Colorado State University, e Gerald McIntosh, direttore medico del Center for Biomedical Research in Music propongono questa interessante ricerca.
Fonte Brain factor

Riparare il cervello con la terapia musicale neurologica.E' un “nuovo modello scientifico dimostratosi efficace nel trattamento di disfunzioni cognitive, sensoriali e motorie dovute a malattie del sistema nervoso centrale”. Stiamo parlando della Terapia Musicale Neurologica (TMN), a cui Cerebrum, rivista di aggiornamento neuroscientifico della Dana Foundation, dedica oggi la sua prima pagina.
La ricerca biomedica ha portato nel tempo numerose “evidenze” sull'efficacia di interventi specifici basati sulla musica (vedere in proposito l'intervista diBrainFactor Livio Bressan del 3 Febbraio scorso su “Cervello e musicoterapia”).
Del resto “l'idea che l'educazione artistica migliori le abilità cognitive in realtà non è così ardita, nel contesto di ciò che chiamiamo plasticità attività dipendente, un punto fermo basilare della funzione cerebrale”, come scriveva lo scorso anno su BrainFactor Michael Posner (Posner M, “Come l'educazione artistica migliora attenzione e funzioni cognitive”, BrainFactor 17/09/2009).
L'utilizzo della musica in ambito clinico è cresciuta rapidamente anche grazie al neuroimaging, che ha messo in luce questa spiccata “plasticità” del cervello, consentendo inoltre di individuare i network neuronali che la musica riesce ad attivare.
Neurologi, neuroscienziati, ricercatori e clinici che si occupano di musicoterapia, sono riusciti infine a organizzare queste evidenze in un vero e proprio sistema di tecniche terapeutiche, a cui han dato il nome di “Neurologic Music Therapy” (NMT).
Michael Thaut, musicista e professore di neuroscienze alla Colorado State University, eGerald McIntosh, direttore medico del Center for Biomedical Research in Music della stessa università, hanno condotto ricerche con le quali hanno dimostrato miglioramenti nei disturbi di movimento riscontrati in pazienti reduci da ictus o sofferenti di Parkinson: “ciò è possibile proprio perché la musica e il controllo motorio condividono alcuni circuiti cerebrali”.
Ecco come i due ricercatori americani riassumono su Cerebrum i principi della NMT:
  • è una applicazione terapeutica della musica alle disfunzioni cognitive, sensoriali e motorie causate da malattie del sistema nervoso umano;
  • è basata su modelli neuroscientifici di percezione musicale e influenza della musica su cambiamenti comportamentali e funzionali del cervello di ordine non musicale;
  • le tecniche di trattamento sono basate sui risultati della ricerca scientifica e clinica e sono diretti a obiettivi terapeutici non musicali;
  • le tecniche di trattaemento sono standardizzate per terminologia e applicabilità e rientrano nell'ambito degli interventi musicali terapeutici (TMI), adattabili alle specifiche necessità del paziente;
  • la formazione degli specialisti di questa “pratica” innovativa deve riguardare l'ambito musicale, la neuroanatomia, la fisiologia umana, le patologie del cervello, la terminologia medica, la riabilitazione delle funzioni cognitive, motorie e del linguaggio.
Reference:

mercoledì 22 luglio 2009

il cervello suona



IL CERVELLO POLIFONICO
evviva lo abbiamo sempre detto che tutto vibra, tutto è suono è suono, ed ora anche la scienza ne da una conferma.........


Il 17 giugno era uscita una news riportata da yahoo notizie e di seguito il 7 luglio anche il New Scientist ne ha parlato.

A una parte di tale esperimento si riferisce il video in alto nella homepage in cui è possibile vedere che le aree del cervello oscillano su frequenze diverse individuando per es. zone discordanti o “stonate” che in casi specifici possono indicare squilibri o patologie.

Insomma, il cervello “suona”. Dopo la risonanza magnetica (scansione cerebrale) che permette di vedere le aree cerebrali, la “sonorità” sembra essere un condizione ancora più profonda o basica di espressione di coerenza o incoerenza cerebrale. Proprio come uno strumento musicale accordato, da accordare, scordato…

Come testimoniano i ricercatori del Dipartimento di Scienze cliniche Luigi Sacco dell'Università degli Studi di Milano: "Un metodo diretto per ottenere informazioni sulla struttura di un sistema consiste nel perturbarlo direttamente, per poi esaminarne la vibrazione, la cosiddetta frequenza naturale. Per esempio, istintivamente - spiegano - battiamo con le nocche sulla superficie di un oggetto per capire se questo è cavo o pieno".

Quindi anziché guardare solo la scansione da ora in poi si rende possibile ascoltare il cervello - sottolinea il New Scientist (e in seguito chissà anche gli organi, ndr) e questa può essere una vera e propria rivoluzione nel campo delle neuroscienze. Certo il fantomatico autore biblico che ha affermato: «E primo fu il Verbo», che altro non sembra che un suono coerente o splendidamente accordato, non troverebbe il fatto poi così rivoluzionario… ma la Scienza si sa, ha bisogno di scoprire laddove sembrerebbe più un “riscoprire”

Al Trinity College il cervello si ascolta per capire la schizofrenia e per la diagnosi dei disturbi psichici. Dan Loyd, infatti, filosofo del Trinity College, nel Connecticut, ha ideato un sistema ingegnoso (vedi video in alto) per ascoltare l'attività delle aree cerebrali.

“Il software - riporta Oggi Scienza ha delle analogie con i programmi di musica generativa che si basano sulle immagini - come il famoso Koan, utilizzato anche da Brian Eno - Il sistema di Loyd infatti traduce in suono le immagini fMRI (risonanza magnetica funzionale) del cervello: prima vengono identificate le regioni che si attivano in sincrono, poi viene assegnata una frequenza sonora a ciascuno di questi raggruppamenti. Il software successivamente crea della musica basandosi sulle aree attive, con un volume che corrisponde all'intensità di attivazione di ciascuna regione.

L'uso del suono (in alternativa alle immagini) per codificare l'attività cerebrale ha dei vantaggi: il nostro orecchio infatti è in grado di cogliere delle regolarità temporali che il nostro occhio non riesce a percepire - o percepisce in maniera diversa - e ci permette quindi di isolare delle componenti del segnale che restano altrimenti non osservabili”.

La “musica” o la sonorità che si sente non è affatto spiacevole, a voi che ve ne pare?
Qualcuno l'ha già messa nella sua playlist!

giovedì 16 aprile 2009

Tune The world....la voce per un evento planetario




sono stato incaricato di progettare e coordinare un evento nell'ambito della MARCIA MONDIALE PER LA PACE che partirà il 2
ottobre 2009.
per sottolinearne la portata planetaria e per collegare idealmente tutti partecipanti è stato pensato l'evento
TUNE THE WORLD

Per celebrare l'inizio della marcia mondiale per la pace e la nonviolenza, il 2 ottobre 2009, proponiamo una vocalizzazione intonata sulla nota Do# (C#).
I partecipanti, i simpatizzanti si intonano nello stesso momento (seguendo i diversi fusi orari) ed intonano un suono sulla nota proposta per 15 minuti, avvolgendo il pianeta in una vibrazione unica e rinforzandone la vibrazione di base.

La vocalizzazione sarà sorretta dall'intenzione guidata verso pensieri di pace. Se possibile collegamento via web tv per diffondere l'evento in contemporanea sulla rete e per coinvolgere il più alto numero di persone.
abbiamo bisogno della massima esposizione mediatica e della massima diffusione. chiunque voglia partecipare può:

  • come singola persona attivarsi per diffondere il link http://tune.theworldmarch.org/index.php?id=779&L=4 tramite e-mail, facebook, blogs etc....
  • come associazione diffondendo l'evento ed attivando i gruppi che parteciperanno
  • come professionista della comunicazione:radio, giornali, televisione, web master, contribuendo alla diffusione del progetto con segnalazioni, interviste , trasmissioni o articoli sulla rete
  • segnalare il link sui propri siti internet
la mail di riferimento per comunicare con l'organizzazione o per chiedere dettagli è: tune@theworldmarch.org


Lorenzo Pierobon

domenica 28 dicembre 2008

intervista a Lorenzo Pierobon seconda parte

fonte: http://www.sound36.com/











Si chiude con quest'intervista la nostra chiacchierata con Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, che avevamo già incontrato in precedenza (vedi intervista Musicoterapia, un ponte per le emozioni).

Allora Lorenzo, hai sviluppato un metodo di lavoro tutto tuo, il Vocal Harmonics in Motion. La voce è uno strumento che ci aiuta a stare bene?
Sì, come raccontavo nel nostro precedente incontro, io nasco come cantante, per cui considero la voce un elemento imprescindibile da me. Negli anni ho poi scoperto l'importanza che ha la voce, non solo come mezzo di comunicazione o strumento musicale, ma come strumento per compiere un'indagine introspettiva dentro se stessi. Circa agli inizi degli anni '90 mi sono avvicinato alle discipline orientali dove la voce è uno strumento fondamentale per entrare in contatto con la propria dimensione spirituale attraverso la recitazione di un mantra. Decido poi, di studiare per divenire musicoterapeuta e in quest'ottica ho cercato di usare lo strumento che conosco meglio, cioè la voce, per il mio lavoro. Aggiungerei uno strumento che non costa nulla ed è anche facile da trasportare!

In pratica, in cosa consiste il tuo metodo?
Il mio metodo è appunto la summa delle mie esperienze di vita. Anni fa mi capitò di lavorare presso un'ONG (Organizzazione Non Governativa), che si occupava di costruire pozzi e scuole in dei piccoli villaggi in India. Lì per tentare di comunicare con i bambini utilizzai il canto, poiché loro non parlavano italiano e io non parlavo il loro idioma. In realtà più che cantare intonavamo le vocali e lì ho avuto la dimostrazione che, nella vocalizzazione, la lettera A è uguale in tutte le parti del Mondo e che il canto ha lo stesso effetto aggregante ovunque tu sia, è un mezzo che unisce e permette alle emozioni di fluire. In quest'ottica possiamo considerare la vocalizzazione un mezzo transverbale, i suoni emessi consentono il fluire delle emozioni determinando delle modifiche nel corpo e nella mente delle persone. Il canto vocalico sblocca le emozioni e favorisce la socializzazione. Addirittura studi clinici recenti (
"Effetti del canto in coro sulla secrezione dell'immunoglobulina A, del cortisolo e su stati emozionali" - Journal of Behavioral Medicine, 2004) hanno dimostrato come il canto stimoli la produzione di immunoglobuline da parte dell'organismo aumentando in tal modo le difese naturali. Inoltre, il canto vocalico annulla le distanze del saper cantare e avvicina le persone. Ma il percorso non era ancora completo. Nel '90 mi imbatto nel canto armonico e negli armonici superiori che diventano parte integrante del mio metodo (vedi box in fondo). Il canto armonico ha effetti sconvolgenti sul nostro organismo, è stato dimostrato che abbassa il battito cardiaco, rallenta i cicli respiratori, modifica lo stato di coscienza, ha in pratica effetti molti simili a quelli raggiunti attraverso la respirazione olotropica, utilizzata in psicologia per poter entrare intimamente a contatto con le proprie problematiche. Ultimo elemento presente nel Vocal Harmonics in Motion, è rappresentato dal movimento effettuato attraverso l'introduzione del Qi-Gong, una metodologia cinese d'educazione motoria e d'attivazione dell'energia vitale, considerata la via dell'armonia del corpo e dello spirito.

Mi vuoi raccontare in cosa consiste una seduta tipo?
Tralasciando la fase iniziale di accoglienza e di conoscenza, che passa attraverso la verbalizzazione, passiamo alla seduta vera e propria. Si inizia con una fase di riscaldamento della voce, generalmente si emettono dei vocalizzi a bocca chiusa. Questa fase solitamente ha un effetto rilassante. Poiché l'emissione dei suoni avviene con il contributo di tutto il corpo, che funziona come una "cassa di risonanza", la fase successiva sarà di riscaldamento fisico. La seduta a questo punto cambia a seconda del paziente e delle ragioni che lo hanno spinto a rivolgersi a noi. La vocalizzazione si impara sulla triade vocalica di base UOA e sull'imitazione, come avviene nelle regioni dell'Asia, dove la tradizione culturale e musicale si tramandano prevalentemente per via orale. Per ciò che riguarda il canto armonico esiste da tempo immemore, fa quindi parte del nostra patrimonio archetipico che si è affinato con il tempo. I bambini lo imparano in pochi minuti, gli adulti hanno maggiori difficoltà, soprattutto nella fase di identificazione e riconoscimento durante l'ascolto, ma sono tutte difficoltà superabili soprattutto vista la determinazione ad affrontare questo tipo di percorso che permette di risolvere diversi tipi di problematiche, dallo stress all'ansia, ma anche problemi strettamente legati alla voce, dalla difficoltà di comunicazione alle afasie.

Un'ultima domanda, occupandoci noi di musica, cosa possiamo ascoltare per farci un'idea delle cose di cui abbiamo parlato?
Consiglio vivamente le registrazioni di David Hykes, che è stato anche mio maestro. Mentre se volete saperne di più dal 2009 uscirà un libro scritto a quattro mani con la dott.ssa Veronica Vismara dal titolo: "La voce Emozionale".

Tiziana Cantarelli (21.12.08)

Che cos’è il canto armonico?
Il suono prodotto da un corpo vibrante non è mai puro, ma è costituito da un amalgama in cui al suono fondamentale se ne aggiungono altri più acuti e meno intensi: questi sono gli armonici, che hanno una importanza fondamentale nella determinazione del timbro di uno strumento e nella determinazione degli intervalli musicali.
Il canto armonico è una particolare tecnica vocale che consiste nell’emissione di una nota fondamentale contemporaneamente ad altre (armonici o overtones) che a questa si sovrappongono. Ha una tradizione antichissima che si perde nella notte dei tempi, si ritrova in moltissime civiltà e culture. Particolarmente evidenti nella tradizione tibetana e mongola tuvana dove gli armonici vocali sono preminenti e legati alle cerimonie sciamaniche.

Per approfondire l'argomento:
http:\\www.lorenzopierobon.com/
(da ascoltare)
David Hykes,
True to the times, New Albion recors, 1993
David Hykes,
Hearing the solar winds, Ocora, 1982
Michael Vetter,
Nocturne, Amiata records, 1993
Nebula,
The path of withe clouds , Stella Maris, 2003
Mariolina Zitta,
Concert for bats, Earth/ear, 2007
(da leggere)

Lorenzo Pierobon-Veronica Vismara, Suoni dell'anima l'essenza nascosta della voce, Minerva edizioniHazrat Inayat Khan, Il misticismo del suono, Edizioni Mediterranee, 1994

mercoledì 1 ottobre 2008

Il canto degli antenati


Milano, 5 set. (Adnkronos Salute) - Melodie e parole unite nella mente dell'uomo primitivo. La musica farebbe parte della nostra storia fin dagli albori, anzi avrebbe costituito il primo rudimentale linguaggio. Mai abbandonata, è arrivata fino a noi entrando a far parte integrante dell'animo umano. Questa la tesi dello studioso inglese Steven Mithen, autore del libro 'Il canto degli antenati', illustrata al recente convegno organizzato dalla Fondazione Mariani a Montreal (Canada). Insomma, più che un prodotto della cultura, la musica sarebbe figlia di biologia ed evoluzione.

Secondo Mithen, è proprio l'emergere dell'Homo Sapiens a determinare la separazione di musica e linguaggio tra 200.000 e 70.000 anni fa. Prima c'era una forma di comunicazione intermedia, basata su variazioni di toni e di ritmo, una sorta di proto-linguaggio che gli antropologi non sono mai riusciti a scoprire. "E' indubbiamente una tesi affascinante, che suggerisce un legame ancora più stretto tra musica e linguaggio - commenta in una nota Luisa Lopez della Fondazione Mariani - e supporta quella parziale sovrapposizione di funzioni e circuiti neurali per processare i due stimoli, suggerita da molti studi scientifici".

Mithen ha anche assegnato un nome a questo proto-linguaggio, al 'canto degli antenati', definendolo Hmmm (Holistic Manipulative Multi Modal Musical Mimetic): una comunicazione rudimentale che in alcuni gruppi, come l'uomo di Nehanderthal, non avrebbe subito gli sviluppi necessari a diventare linguaggio, contribuendo a decretarne l'estinzione